L’omino delle acque

KOT273af9_hastrmanNon sono solo le sirene ad aggirarsi per le acque limacciose sotto il ponte Carlo, ma anche un buffo personaggio; l’omino delle acque, che raccoglie le anime degli affogati in graziosi vasetti di ceramica, proprio lì, sotto uno degli archi del maestoso ponte di pietra. Per fortuna non sono poi così tanti gli annegati e l’omino delle acqua passa altrimenti le lunghe giornate di attesa sistemando e risistemando la sua collezione, pulendo i vasetti dal fango e dalla sabbia che vi si depositano sopra, proprio come facevano le nonne di una volta, non come quelle moderne che ascoltano heavy metal e si comprano le moto. L’omino delle acque di Praga anche era un tradizionalista, non aveva tablet nè telefoni intelligenti, ma neanche quelli stupidi, poichè sott’acqua, beh, lo sapete anche voi, non è che funzionino proprio bene, anche se di telefoni e di tablet sotto il ponte Carlo ne cadono a centinaia, dalle mani goffe dei turisti che si vogliono fare i selfie. E ogni tanto cade anche qualche turista, questo sì per la gioia del collezionista delle anime degli affogati.

Di omini delle acque, in realtà, a Praga ce ne sono quattro e si trovano sempre una volta all’anno, quando la luna entra nell’acquario. Si trovano e fanno il punto della situazione, si vantano dei nuovi acquisti della collezione, scambiano gli eventuali doppioni. “Quest’anno ho tre anime di cinesi” “quelle ce l’ho anche io”, gli rispose l’omino delle acque del salto d’acqua della casa danzante, “non sanno mica nuotare!” “Ah, poi ho questo ragazzino italiano, di una gita di classe” “Fai vedere, apri il coperchio” “Mamma mia se puzza di alcool! Non ci sono più le animelle candide di una volta, questi escono tutti dalle discoteche prima di cadere dal ponte” “ah, beh, se è per questo, ho una mezza dozzina di inglesi. Qualcuno ne vuole?” “no, no, ce li abbiamo tutti, gli inglesi, cadono come pere cotte nel fiume quando escono dalle osterie”. Dibattevano così gli omini delle acque, trascorrendo sott’acqua il tempo, nell’attesa dell’anima di un altro turista.

Un giorno d’estate uno strano ribollio dell’acqua sotto il Ponte Carlo segnalò che qualcosa di strano era capitato nel mondo degli omini delle acque.
Era giunto a trovare i parenti praghesi il loro lontano cugino giapponese, Tomjo Okemurodakkua.
Sulle prime gli omini delle acque di Praga gli diedero il benvenuto, come è d’uopo quando un lontano parente viene in visita. Tomjo iniziò a spiegare come fosse dovuto andarsene dal natio golfo del Giappone non tanto per la mancanza di animelle affogate, anzi “se erano scomparsi i pescatori di perle, questi erano stati sostituiti massicciamente dai piloti di scooter d’acqua”, ma perché la sua baia, era quella di Fukusima e l’acqua radioattiva non giovava alla pelle del giovane omino delle acque, che aveva solamente da poco superato i 400 anni.
Per questo e per farsi un po’ di ferie aveva deciso di abbandonare il Giappone per andare a trovare i cuginetti europei. Per non arrivare a mani vuote aveva scritto ad una società giapponese, per poter procurare un po’ di giovani anime per se e per i suoi parenti della Moldava. Aveva scritto alla Nintendo, pregandola di inserire nella ricerca “go Pokemon” anche una delle figurine virtuali all’altezza del quinto arco del ponte Carlo, sullo specchio d’acqua del fiume. Magari qualche cacciatore dei mostriciattoli giapponesi sarebbe caduto in acqua rimpinguando in questo modo le collezioni dei parenti boemi e le sue.
Appena ebbe finito di spiegare ai cugini boemi la sua trovata, le acque furono attraversate dal suono del tipico tonfo del corpo che cade. Aveva ragione Tomjo. Era un giovane asiatico appena caduto dal ponte, che ancora reggeva stretto il proprio telefonino. Gli altri omini delle acque guardarono Tomjo con ammirazione ed anche un po’ di invidia per la sua idea geniale. Quand’ecco un altro tonfo. Sempre dal quinto arco. Un giovane dalle fattezze europee, anch’egli teneva ben stretto in mano il suo cellulare. Andarono a raccoglierne l’anima, quand’ecco un terzo tonfo. Un quarto. Non facevano in tempo a raccogliere le anime degli annegati e metterle nei vasi di ceramica. Presto i vasi iniziarono a scarseggiare. Iniziarono a mettere le anime in altri contenitori di fortuna, tra i quali si dimostrarono ottimi i bicchieri degli yogurth, solo che le anime tenute nei bicchieri di yogurth e racchiuse dal cellophane non facevano lo stesso effetto di quelle tenute nei preziosi vasetti di ceramica, erano delle anime, come dire, di serie B. Non solo. Gli omini delle acque non avevano più tempo per il riposo, per le chiacchiere, per la riflessione. Correvano da un’anima all’altra e, se non bastasse, le anime degli affogati diventarono talmente tante da perdere quel valore che avevano avuto in precedenza. Le collezioni degli omini delle acqua persero valore in tempi rapidissimi.
Erano disperati e continuavano a raccogliere, oramai solamente per senso del dovere, le anime dei cacciatori di Pikacciu. Fu l’omino delle acque del salto d’acqua di Stvanice che disse:” Basta, non ne posso più, siamo qui, sotto il ponte Carlo da settimane, non ci siamo fermati un attimo e le nostre collezioni… le nostre collezioni non valgono più nulla. Me ne vado a trovare nostro cugino alle cascate del Niagara!” Gli altri omini delle acque, esausti, gli diedero ragione e, preso lo stretto necessario ed abbandonando sotto il ponte le loro antiche e cospicue collezioni di anime, se ne andarono, nuoterellon nuoterelloni, verso il Mare del Nord, per raggiungere l’America.
Quando, tanto, ma tanto, tempo dopo, raggiunsero le cascate del Niagara, lo spettacolo che trovarono, fu assai triste: le collezioni dei cugini americani, erano lì, appoggiate sul fondo ed abbandonate. Molte anime erano chiuse in vecchie bottigliette di Coca Cola sigillate con il cellophane. In una bottiglia un rotolo di carta scritto in evidente fretta e furia:”Non ce la facciamo più, maledetti Pokemon”!